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Iran: dopo l'uccisione di Khamenei e la chiusura di Hormuz

Data pubblicazione: 04 marzo 2026

Autore: Vincenzo Tucci

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Rappresentazione visiva dell'articolo: Iran: dopo l'uccisione di Khamenei e la chiusura di Hormuz

 Iran: dopo l'uccisione di Khamenei e la chiusura di Hormuz

 Una crisi che ha già superato ogni linea rossa. E le conseguenze arrivano fin qui.


Questo è il terzo approfondimento sulla crisi iraniana. Nei precedenti abbiamo posto le basi: cos'è lo Stretto di Hormuz, come funziona il potere in Iran, perché l'economia del paese era già al collasso. Tutto quel contesto serve ora più che mai — perché quello che sembrava un rischio si è trasformato in uno scenario concreto, con implicazioni dirette su energia, inflazione e mercati globali.

L'obiettivo è il cambio di regime

Diciamolo chiaramente: gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran non hanno come obiettivo primario il nucleare o il contrasto al terrorismo. Gli obiettivi colpiti lo confermano — sedi del potere, vertici militari, infrastrutture di comando.  L'obiettivo dichiarato è il cambio di regime a Teheran. 

L'Iran lo ha capito. E ha risposto di conseguenza: superando ogni linea rossa che fino a ieri aveva regolato — per quanto in modo critico — i suoi rapporti con Israele e con Washington. 


La morte di Khamenei cambia tutto

L'uccisione della Guida Suprema non è solo un fatto militare. È un evento simbolico e strutturale al tempo stesso. Con Khamenei scompare l'ultima figura della prima generazione rivoluzionaria — quella che ha costruito la Repubblica Islamica. Il potere passa ora formalmente alla seconda generazione: i Pasdaran, il complesso militare-industriale, i tecnocrati del regime. 

Ma attenzione: questa seconda generazione è profondamente divisa al suo interno. Da una parte c'è un'anima pragmatica, aperta a una trattativa con l'Occidente. Dall'altra c'è un'ala ultraconservatrice che vede nel conflitto — non nel negoziato — l'unica strada per sopravvivere. Per quest'ultima, trattare significa arrendersi, e arrendersi significa il collasso del sistema. 

Chi prevarrà tra queste due anime determinerà la traiettoria dei prossimi mesi. È la variabile più importante da monitorare — e quella più difficile da leggere dall'esterno.

 Nel frattempo, la Costituzione iraniana prevede un triunvirato di transizione: Presidente, capo della magistratura e un delegato dell'Assemblea degli Esperti. Ma la situazione è più complessa: Khamenei aveva designato Ali Larijani — segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale — come suo successore operativo. Due centri di potere, gerarchia non ancora definita. Incertezza massima


Hormuz: l'ultima arma 

La chiusura dello Stretto di Hormuz è un evento storico. Non era mai accaduto in modo così netto — nemmeno nelle crisi più gravi degli ultimi decenni. L'Iran lo aveva sempre considerato l'arma di ultima istanza, da non usare proprio perché danneggia anche se stesso. 

Il fatto che l'abbia usata dice tutto sulla percezione iraniana di questa guerra: è una minaccia esistenziale. E quando la sopravvivenza è in gioco, le considerazioni economiche diventano secondarie.

 Le conseguenze sono immediate. Oltre 150 navi bloccate a monte e a valle dello stretto. Le principali compagnie di navigazione hanno sospeso i transiti. Le rotte alternative — gli oleodotti verso le coste degli Emirati e del Mar Rosso — esistono, ma la loro capacità è di gran lunga inferiore ai flussi normali dello stretto. Anche l'annuncio dell'OPEC+ di aumentare la produzione di 206.000 barili al giorno non risolve il problema: è una goccia rispetto ai milioni di barili bloccati. 

Il prezzo del petrolio ha già reagito. Il Brent si muove intorno agli  83 dollari al barile — e la direzione, se la situazione non si sblocca rapidamente, è una sola. 


Chi vince e chi perde

 Le implicazioni geopolitiche ed economiche si sovrappongono in modo complesso. 

La Russia è tra i beneficiari diretti: prezzi del petrolio più alti significano greggio russo venduto a condizioni meno svantaggiose, con una boccata d'aria per un'economia sotto pressione da anni di sanzioni. 

La Cina  è invece tra i più esposti: riceve meno greggio, deve cercare fornitori alternativi in tempi rapidi, e lo fa mentre la sua economia è già sotto stress. 

Gli Stati Uniti vivono una contraddizione interna che vale la pena capire bene. Il petrolio e il gas del Golfo Persico non riforniscono direttamente l'America — le quantità che transitano per Hormuz interessano marginalmente i consumi statunitensi. Quello che però interessa profondamente all'amministrazione Trump è il controllo dei prezzi del petrolio su scala globale: prezzi energetici stabili sono il presupposto di quella solidità economica interna che Trump ha messo al centro della propria agenda politica. Un'operazione militare pensata per rafforzare la posizione americana rischia quindi di generare effetti esattamente opposti — destabilizzazione energetica, inflazione, pressione sui mercati — con ricadute politiche interne in una fase particolarmente delicata. 


Il fronte si allarga: Houthi, Cipro e l'Italia

Lo scenario non si limita a Hormuz. Gli Houthi in Yemen hanno già dichiarato il sostegno all'Iran e minacciato di riprendere gli attacchi nel Mar Rosso e nello Stretto di Bab el-Mandeb. Per ora i segnali concreti sono limitati — gli Houthi sono un attore autonomo che agisce in base ai propri interessi, non per fedeltà a Teheran. Ma la situazione può cambiare rapidamente.

 Si segnalano inoltre attacchi verso Cipro, dove la Gran Bretagna mantiene due basi militari. Se confermati e se Londra dovesse aumentare il proprio coinvolgimento nel conflitto, l'isola potrebbe diventare un bersaglio. Per l'Iran, ormai, non esistono più limitazioni politiche sull'impiego della forza.

 E l'Italia? Siamo direttamente esposti. Il nostro sistema di approvvigionamento energetico e commerciale passa attraverso due dei corridoi marittimi oggi sotto pressione: Hormuz e Bab el-Mandeb. Un'ulteriore escalation non è uno scenario lontano — è un rischio che tocca concretamente le nostre forniture, i nostri prezzi e la nostra economia. 


La variabile tempo

 L'obiettivo strategico dell'Iran in questa fase è uno solo: resistere abbastanza a lungo da trasformare il costo politico e logistico dell'operazione in un problema insostenibile per Washington. Se gli americani non riusciranno a chiudere rapidamente la finestra di conflitto, le probabilità che l'Iran riesca a negoziare da una posizione meno debole aumentano significativamente.

 Per i mercati questo significa una cosa sola: ogni giorno che passa con Hormuz bloccato è un giorno in cui le conseguenze si accumulano in modo non lineare. La volatilità energetica si trasmette all'inflazione, l'inflazione alle aspettative sui tassi, le aspettative sui tassi ai portafogli. 


Non è geopolitica astratta. È già dentro i nostri mercati. 


📌 Continua a seguire i miei contenuti per restare aggiornato sull'evoluzione della crisi e sui suoi effetti sui mercati. 


Fonti: elaborazione personale su analisi di Mappamundi/Limes.
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